Lo sviluppo delle tecnologie e dei processi lavorativi e l’evoluzione delle norme sulla sicurezza hanno comportato nel tempo una progressiva diminuzione degli infortuni lavorativi, senza però ridurre il fenomeno stesso a dimensioni marginali, in particolar modo nel caso degli infortuni mortali. Questo è in parte dovuto alla diversa valenza delle misure adottate per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro, in particolar modo nei confronti degli eventi mortali, relativamente rari e legati ad “operazioni” particolari, che necessitano di ulteriori approfondimenti per comprendere ancora meglio quali siano i determinanti su cui agire per una significativa riduzione dei rischi.

In Italia negli ultimi quaranta anni, sulla base dei dati raccolti dall’INAIL nel corso della sua attività di tutela assicurativa dei lavoratori, si è osservata una generale diminuzione nell’andamento degli infortuni sul lavoro. Tuttavia la curva discendente di lungo periodo si è molto attenuata nel corso degli ultimi dieci anni assumendo talora, soprattutto per quanto riguarda i casi mortali e “gravi”, un carattere quasi di stagnazione. Occorre aggiungere che la lettura stessa dei dati è influenzata dalla fonte assicurativa dalla quale essi provengono, per cui la generale diminuzione nei valori della frequenza è legata anche ad altri fattori, come la progressiva estensione della tutela assicurativa nel corso degli anni anche a lavoratori che svolgono professioni meno rischiose.

L’andamento più recente degli infortuni sul lavoro mette in evidenza come, nei rami di Industria e Servizi (che racchiudono circa il 95,5% degli occupati in Italia), il tasso degli infortuni sia passato da 44,9 casi per 1000 addetti nel 1994, anno di introduzione del D.Lgs. 626, ad un valore di 32,3 nel 2003, anno più recente con dati stabilizzati (i dati di fonte assicurativa relativi agli indennizzi comportano un arco di tempo per la definizione amministrativa delle denunce, soprattutto nel caso di infortuni con esiti più gravi).

L’andamento degli infortuni mortali passa da 1065 casi nel 1994, a 1172 casi nel 1999 e a 1229 casi nel 2003, ma occorre tener conto delle modifiche normative introdotte con il D.Lgs. 38/2000, tra cui l’estensione con chiarezza della tutela infortunistica agli infortuni in itinere (un tipo di evento ad elevatissima gravità e quindi con un assai consistente numero di casi mortali). Tale tipologia di danno da lavoro era precedentemente coperta solo parzialmente, non per via legislativa ma solamente per via giurisprudenziale. In tal modo gli infortuni mortali in itinere, contenuti in circa 80 casi annui tra il 1994 ed il 1999, sono saliti a 333 casi nel 2003 (dati desunti dai Rapporti annuali INAIL). Per omogeneità di confronto nel decennio 1994-2003, sottraendo tali valori dai casi mortali complessivi sopra indicati si osserva un calo degli infortuni mortali avvenuti effettivamente durante il lavoro, sopraggiunto però solo dopo il 1999.

Naturalmente la lettura dei dati sugli infortuni fornirebbe ulteriori dettagli se condotta per settori di attività economica o ambiti territoriali specifici, tuttavia il dato di fondo indica che le misure introdotte con la 626 sembrano aver agito soprattutto sulle tipologie di infortunio che comportano conseguenze più lievi, riguardanti circa il 96% del totale degli eventi. Non si è riusciti, in sostanza, ad intaccare significativamente la frequenza di accadimento per gli infortuni più gravi e mortali, che comportano in realtà i maggiori costi umani e sociali.

Si può affermare come il D.Lgs. 626, che ha recepito i principi contenuti nelle direttive comunitarie in materia di prevenzione e sicurezza, non abbia espresso tutte le sue potenzialità ai fini di un drastico contenimento degli eventi dannosi correlati all’attività lavorativa; un parziale conforto è il riscontro con i dati su scala europea, dove il nostro Paese presenta valori degli indici di frequenza leggermente migliori della media europea, sia per il complesso degli eventi che per i soli casi mortali.